Equalizzatore, parte 2: consigli per l’uso

Nell’articolo precedente abbiamo illustrato le principali tipologie di equalizzatori e descritto le funzioni dei vari filtri che ci mettono a disposizione. Oggi completeremo il discorso con alcuni consigli pratici per l’applicazione dell’equalizzatore alle nostre tracce, sia live sia in studio.

Facciamo la solita premessa dicendo che si tratta di indicazioni di massima, poiché in questi casi non ci sono regole precise, e i casi vanno valutati singolarmente.

frequenze

Fig. 1 – Spettro delle frequenze degli strumenti più comuni. Fonte: http://www.independentrecording.net/

Sottrarre, non aggiungere

Come sappiamo l’equalizzatore può enfatizzare o attenuare una gamma di frequenza. Nel contesto di un mix, o di un’esibizione live, spesso la tentazione è quella di “spingere” un po’ su una certa frequenza per esaltare una particolare caratteristica timbrica. Ad esempio, quando un basso è poco profondo l’istinto è quello di prendere la manopola “low” e tirarla su. Poi però ci accorgiamo che a questo punto la cassa della batteria, che prima ci sembrava equilibrata e rotonda, ora si confonde sulle note del basso e non “spinge” più. Allora prendiamo la manopola “low” del canale della cassa e tiriamo su pure quella. Adesso abbiamo una gamma di frequenze basse decisamente sovrappeso, e ci accorgiamo che la chitarra, che prima sembrava ok, adesso inizia a sparire sulle parti ritmiche, palm mute eccetera.

Abbiamo così scoperto sulla nostra pelle l’effetto mascheramento. Si tratta di un fenomeno psicoacustico che si verifica quando un suono di una certa intensità e frequenza “nasconde”, ossia maschera, suoni di frequenze vicine e di intensità inferiori. Nel nostro caso, cassa e basso stanno mascherando le chitarre. Per evitare questo inconveniente, dobbiamo ragionare sulla sottrazione delle frequenze. Ripartiamo dalla situazione iniziale, il basso poco profondo. Per “farlo uscire” un po’ di più è preferibile tagliare leggermente le medio-basse sul basso, sottrarre un po’ di basse profonde sulla cassa e togliere tutto sotto gli 80hz alle chitarre. Ovviamente questo è un esempio completamente teorico, ma può funzionare per chiarire il concetto, e per introdurre il secondo argomento di oggi…

I filtri low pass e hi pass

Sempre ragionando sul concetto di sottrazione iniziamo a parlare di filtri hi-pass e low-pass. Come abbiamo visto nel precedente articolo, si tratta di filtri che eliminano dal segnale tutta la parte del segnale al di sopra (low pass) o al di sotto (hi pass) di una determinata frequenza. Si tratta di un intervento drastico, ma fondamentale per recuperare chiarezza e intelligibilità nel mix, ed evitare confusione agli estremi dello spettro sonoro. Prendiamo ad esempio la chitarra elettrica e osserviamo lo schema in figura 1: come vediamo, la chitarra occupa un range di frequenze da 80hz circa fino a oltre 5khz. Tuttavia, nella ripresa del segnale avremo anche una componente di frequenze al di sotto e al di sopra della sua gamma  (bleeding di altri strumenti,  risonanze, disturbi vari). Queste componenti possono essere tagliate grazie ai filtri: tipicamente, un hi-pass sugli 80hz, e un low-pass settato ad una frequenza tale che ci permetta di mantenere abbastanza presenza, senza rendere troppo chiuso il suono (10khz possono essere un punto di partenza per le chitarre elettriche distorte, ma anche in questo caso non esistono regole precise). Lo stesso discorso può essere applicato a basso e cassa: in questo caso taglieremo solo verso l’alto (attenzione anche qui a non rendere il tutto troppo chiuso!). Per la voce, invece, applicheremo un taglio sulle basse al di sotto dei 100hz (o superiore, dipende dal contesto e dal tipo di voce).

low cut

Fig. 2 – Pulsante filtro hi-pass. Fonte immagine: www.realtimeaudio.ca/

Ora capirete perché nei mixer economici, tipicamente usati in live su palchi piccoli, i pulsanti “low cut” (settati su 80hz di solito – vedi fig.2) sono fondamentali. Attiviamoli senza paura su ogni canale escluso il basso, e nel caso di un impianto non molto performante possiamo provare ad attivarli anche sulla cassa. In ogni caso, il concetto è sempre lo stesso: tagliare invece di enfatizzare. 

Eliminiamo le risonanze in eccesso

Abbiamo appena piazzato i microfoni su tom e rullante, facciamo un paio di passaggi per provare il tutto e sentiamo un inferno di risonanze che fanno suonare la nostra batteria appena accordata come un kit di pentole inox. Situazione tipica da live. Fidiamoci del fatto che la batteria sia accordata (perché l’avete accordata vero?) e i microfoni piazzati nel modo corretto (attenzione ai contatti tra aste e fusti!), e andiamo a correggere i problemi con l’equalizzatore. La procedura è semplice, e basta un equalizzatore parametrico a singola frequenza, ad esempio un mixer con il controllo “mid” a frequenza variabile). In questo caso, iniziamo ad alzare il controllo “mid”, e con il selettore della frequenza andiamo a cercare (partendo dal basso) la risonanza che vogliamo eliminare. Con un po’ di orecchio non sarà difficile individuarla. Ora invertiamo il controllo “mid” portandolo a sottrarre la frequenza selezionata, e ripetiamo l’operazione su tutte le tracce che dobbiamo correggere.

Equalizzazione complementare

Come facciamo a gestire in un mix due strumenti che lavorano sulla stessa gamma di frequenze, ad esempio cassa e basso?

Un modo è quello di utilizzare un’equalizzazione complementare. Si tratta di applicare un taglio su uno strumento ad una determinata frequenza (ad esempio tagliando i 100hz sulla cassa), e sulla stessa frequenza applicare un leggero boost sull’altro strumento (ad esempio enfatizzando i 100hz sul basso). Ovviamente la frequenza non può essere scelta a caso, ma dobbiamo cercare di capire dove agire valutando le caratteristiche timbriche dei due strumenti. Anche un analizzatore di spettro può tornarci utile per visualizzare le caratteristiche timbriche della traccia che dobbiamo modificare, ma ricordiamoci che ascoltare è più importante che guardare. 

Fidiamoci delle orecchie, molto meno degli occhi e mai delle leggende metropolitane! 🙂


L’equalizzatore e i suoi filtri

Dopo esserci occupati di compressore, noise gate e limiter, proseguiamo l’esplorazione dei canali del mixer e andiamo a scoprire un nuovo strumento.

L’equalizzatore è un dispositivo che consente la modifica del bilanciamento delle frequenze di un segnale audio, variando l’intensità su una determinata gamma di frequenze, enfatizzandola o diminuendola. E’ un dispositivo piuttosto diffuso, e lo troviamo su gran parte delle apparecchiature audio di uso comune, dall’iPod all’HiFi fino ai nostri strumenti musicali e amplificatori. Oggi scopriremo i tratti distintivi delle diverse tipologie di equalizzatore e forniremo alcuni consigli pratici per sfruttare al meglio questo potente strumento. Vediamo innanzitutto quali sono le tipologie di filtri di cui può disporre un eq.

low shelving

Fig. 1 – Equalizzatore shelving sulle basse frequenze, impostato con un taglio a partire da 100hz

filtro hi pass

Fig. 2 – Filtro high pass: taglio di tutte le frequenze al di sotto dei 100hz con una pendenza di 10db/oct.

Filtri shelving

Gli equalizzatori shelving agiscono applicano una modifica costante a tutte le frequenze oltre un limite definito (vedi figura 1). Questo tipo di equalizzatore agisce in modo piuttosto ampio sul segnale, restituendo modifiche molto evidenti con pochi parametri. Per questo lo troviamo su apparecchiature audio consumer, nella forma delle classiche manopole “high” e “low”. Inoltre, sui mixer analogici più economici (quelli che spesso ci ritroviamo nei locali live medio/piccoli) i controlli “low” e “high” sono spesso equalizzatori di tipo shelving, con frequenze di azione non modificabili – tipicamente intorno agli 8Khz per le alte e 100Hz per le basse.

Filtri low-pass e high-pass

Sono i tipi più semplici di equalizzatori, meno diffusi su apparecchiature consumer e mixer economici, ma estremamente utili in studio e dal vivo. Si tratta di equalizzatori che effettuano un taglio delle frequenze oltre la soglia definita con una pendenza fissa, lasciando passare solo la parte di segnale al di sopra (high-pass) o al di sotto (low-pass)di tale frequenza. In pratica potremmo definire questi filtri come una variazione dell’eq di tipo shelving, in cui però il segnale oltre la frequenza di taglio viene progressivamente eliminato (vedi figura 2). L’intensità di questa progressione dipende anche in questo caso dalla pendenza, che solitamente per questi filtri è a step fissi. Questo tipo di equalizzatore è fondamentale per la pulizia e l’equilibrio del mix, perchè ci permette di tagliare tutte le frequenze inutilizzate da un particolare strumento, eliminando così eventuali disturbi (ad esempio il rientro dei piatti nel microfono della cassa sopra i 6khz, oppure i rumori prodotti dallo spostamento del microfono del cantante  sotto i 100hz). Per questo molti mixer economici hanno un utilissimo pulsante “hi pass filter” su ogni canale, che attiva un taglio di questo tipo sotto gli 80Hz.

Filtri peak

filtro peak

Fig. 3 – Filtro di tipo peak con boost di 10db centrato su una frequenza di 1000hz e Q 1.0

filtro peak

Fig. 4 – Filtro di tipo peak con boost di 10db centrato su una frequenza di 1000hz e Q 9.0

Un filtro peak agisce su una parte dello spettro centrata attorno ad una determinata frequenza. Il risultato si può rappresentare con una curva simile a quella della figura 3. I filtri peak non agiscono sugli estremi della banda (bassi o alti) ma su una frequenza specifica, permettendo boost o tagli più precisi e “chirurgici” rispetto ai filtri shelving. La precisione di questi interventi è determinata dal parametro “Q”, cioè l’ampiezza dello spettro di frequenze interessato dal filtro. Nella figura 3 vediamo una curva con Q impostato a 1.0, ma se lo aumentiamo come in figura 4 lo spettro di frequenze interessato dal boost si restringe notevolmente. Le caratteristiche dei filtri peak li rendono perfetti per interventi di correzione o modifica, ad esempio per eliminare risonanze su tom e rullante (con valori Q piuttosto alti), o per rimodellare alcune caratteristiche timbriche di uno strumento (con valori Q solitamente più bassi). Nei mixer analogici di fascia economica,  il controllo “mid” (se disponibile) è un filtro di tipo peak, a volte con frequenza modificabile e con Q direttamente proporzionale alla quantità di boost o taglio (si presume che a un intervento lieve corrisponda una gamma di frequenza più ampia, mentre tagli o boost più decisi vanno ad agire su una gamma più ristretta).

Equalizzatori grafici e parametrici

A seconda della tipologia dei filtri disponibili, gli equalizzatori si presentano in forme diverse. Le più diffuse sono:

Equalizzatori grafici

eq grafico

Fig. 5 – Equalizzatore grafico a 31 bande

Si presentano con una serie di controlli, ognuno dei quali agisce su una banda di frequenze predefinita. Spostando i controlli delle singole bande verso l’alto andremo ad enfatizzarle, mentre spostandoli verso il basso opereremo dei tagli. Il numero delle bande disponibili è variabile: si passa da solo cinque bande (ad esempio su hi-fi, lettori multimediali o pedali per chitarra/basso) fino ad un totale di 31 bande come nel caso della macchina in figura 5.

Gli equalizzatori grafici sono relativamente facili da usare, in quanto offrono un riscontro visivo immediato e ci permettono di creare curve personalizzate in breve tempo. Sono usati in situazioni live per correggere la risposta in frequenza di un ambiente (vanno ovviamente calibrati dopo una precisa misurazione acustica!), tuttavia non sono l’ideale per interventi precisi e ristretti a determinate frequenze. Per lavori di questo tipo ci si affida gli equalizzatori parametrici.

 

eq parametrico

Fig. 6 – Equalizzatore parametrico con quattro filtri attivi.

Equalizzatori parametrici

Come si intuisce dal nome, questi equalizzatori agiscono in base a una serie di parametri impostabili dall’utente, e spesso dispongono di tutti i tipi di filtri: high pass, low pass, shelving e peak. Sono strumenti estremamente potenti, e decisamente più complessi degli equalizzatori grafici. In un eq parametrico come quello in figura 6 possiamo scegliere il tipo di filtro, la frequenza su cui operare, la pendenza o il Q da utilizzare, e l’intensità del boost o del taglio.  Osservando la curva da sinistra a destra troviamo rispettivamente:

  1. Filtro low pass a partire da 140Hz
  2. Filtro peak con boost di 4db su 370Hz, Q impostata a 1.6
  3. Filtro peak con taglio di 6db su 3kHz, Q impostata a 3.0
  4. Filtro shelving sulle alte a partire da 11kHz

To be continued…

Spesso i locali live medio/piccoli non dispongono di un fonico residente (o a volte ne dispongono, ma sarebbe meglio che si occupasse d’altro, ma questa è un’altra storia…), e i musicisti si vedono costretti a improvvisarsi fonici. Per questo nella prossima puntata ci occuperemo ancora degli equalizzatori, fornendo alcuni consigli pratici per un utilizzo consapevole dell’eq, soprattutto in situazioni live. 


Cavi audio: mono, stereo, bilanciati…

Affrontiamo un altro argomento che a volte genera confusione, ovvero i cavi audio. Vi forniremo alcune informazioni di base su tipologie e funzioni di vari cavi, in modo che possiate sempre collegare in modo ottimale ogni strumento o dispositivo audio, evitando un accumulo di adattatori e connessioni improvvisate.

Oggi parleremo dei cavi che trasportano un segnale audio analogico, e in particolare delle tipologie che incontriamo più spesso sul palco.

cavo mono non bilanciato

Cavo mono non bilanciato

Cavi jack (mono, non bilanciati)

Un cavo jack mono è un cavo coassiale costituito da una coppia di cavi contenuti all’interno di una guaina di materiale plastico. Il segnale viene portato dal conduttore centrale e l’avvolgimento di rame che lo circonda serve per la schermatura. Il tutto è avvolto dalla guaina di plastica. I cavi di questo tipo portano un segnale monofonico, e sono sbilanciati. Sono probabilmente i più diffusi in ambito musicale, si usano ad esempio per collegare una chitarra o un basso all’amplificatore oppure, in coppia, per collegare le due uscite Left e Right di una tastiera con uscite stereo. I connettori possono essere da 1/4 di pollice, oppure più piccoli da 3,5mm.

cavo rca

Coppia di cavi RCA

Cavi RCA

I cavi RCA sono usati soprattutto per le connessioni di apparecchiature multimediali, lettori CD, casse del pc. Il loro nome deriva da Radio Corporation of America, che li introdusse negli anni ’40 del secolo scorso per il collegamento delle apparecchiature audio casalinghe. I cavi RCA sono spesso accoppiati per portare un segnale stereo su due connettori mono separati (connettori tipo PhonoCinch, colorati di rosso e di nero). Sono cavi non bilanciati, simili ai jack ma utilizzano un connettore diverso.

cavo xlr

Cavo XLR bilanciato

Cavi XLR (mono, bilanciati)

Il cavo XLR (detto anche Cannon) è il classico cavo utilizzato per i microfoni. Come si intuisce dai connettori alle estremità, il cavo XLR contiene tre conduttori all’interno di una guaina protettiva. Un conduttore è destinato alla schermatura (come avviene per i jack), mentre il segnale è trasportato su due cavi interni anziché uno solo, anche se il segnale è sempre monofonico.

Perché quindi usare due conduttori se dobbiamo trasportare un segnale mono?

Questi cavi sfruttano un meccanismo che gli permette di eliminare eventuali interferenze captate durante il percorso, e per questo sono detti bilanciati. In un cavo bilanciato troviamo tre conduttori interni, cioè la schermatura (pin 1), il conduttore “caldo” (pin2) e quello “freddo” (pin3). La schermatura in questo caso non è parte del percorso di segnale. Le apparecchiature bilanciate sono progettate in modo da trasmettere lo stesso segnale sul conduttore “caldo” e “freddo”, ma il segnale sul  “freddo” è invertito di fase rispetto all’altro. Quando il segnale arriva a destinazione, l’apparecchiatura ricevente inverte nuovamente la fase al freddo. Il “trucco” è questo: ogni interferenza raccolta dal cavo durante il tragitto si distribuisce in modo identico su entrambi i conduttori, ma poiché due segnali a fase opposta si annullano, invertendo la fase una volta arrivati a destinazione tutte le interferenze si annulleranno, e resterà solo il segnale originale.

Per questa sua proprietà, il cavo XLR viene usato anche per trasportare audio su lunghe distanze (ad esempio nelle ciabatte che portano le connessioni dal palco al mixer).

jack bilanciato

Cavo jack bilanciato

Cavi jack bilanciati (mono)

Il cavo jack bilanciato sfrutta lo stesso principio di funzionamento, ma dispone di connettori jack. Quindi un cavo di questo tipo trasporta sempre un segnale mono, anche se sul jack troviamo tre punti di connessione (vedi immagine). Questi cavi vengono anche detti TRS, ovvero Tip, Ring, Sleeve. “Tip” è la punta dello spinotto, “ring” la parte intermedia mente “sleeve” la parte più lunga, collegata alla schermatura.

 

Citiamo infine i cavi jack da 3,5mm stereo, che si presentano sempre con un connettore tipo TRS ma vengono comunemente usati nei prodotti audio consumer (casse per pc, schede audio integrate eccetera) per portare un segnale stereo non bilanciato.

Quindi, se non strettamente necessario, evitiamo adattatori di tipo XLR/Jack, perchè in questo modo perdiamo il bilanciamento della connessione. Collegare un microno a un ingresso jack del mixer è estremamente dannoso, perché stiamo collegando un dispositivo con un livello di uscita molto basso a un ingresso “line”, progettato per segnali più forti. Otterremo solo un gran rumore di fondo e un livello insufficiente. Viceversa, se colleghiamo un segnale di linea a un ingresso destinato ai microfoni (ad esempio con un adattatore jack femmina/XLR) rischieremo di ottenere un segnale distorto – in questo caso dobbiamo affidarci a una DI Box.


Audio digitale: i formati più diffusi

Oggi l’audio è quasi sempre veicolato su supporto digitale: a partire dal “vecchio” CD fino ad arrivare all’audio in streaming su internet o sul nostro lettore MP3. In questo articolo vogliamo offrire una semplice guida per aiutarvi a comprendere le caratteristiche dei più diffusi formati audio.

Innanzitutto, distinguiamo tra formati non compressi e compressi. Tra i primi il più noto ed utilizzato è probabilmente il WAV, seguito dall’AIFF più popolare in ambito Mac. Si basano entrambi sulla pulse code modulation, il più diffuso metodo di rappresentazione digitale del suono, e sono oggi i formati più usati nell’audio professionale. La qualità dell’audio dipende da due fattori: frequenza di campionamento e numero di bit di codifica. Lo standard CD Audio prevede una frequenza di 44.1 Khz a 16 bit di codifica, e offre un’eccellente qualità di riproduzione. Di recente sono stati sviluppate codifiche alternative al PCM, tra cui il DSD. Il loro utilizzo è decisamente meno diffuso e limitato quasi esclusivamente all’audio professionale o a formati di nicchia come il SACD (Super Audio CD). I formati non compressi offrono quindi un’eccellente qualità audio ma richedono una grande quantità di memoria per il salvataggio dei dati: per riprodurre circa 70 minuti di musica in stereo, infatti, serviranno circa 700 megabyte (l’equivalente di un CD).

Per ovviare a questo inconveniente sono stati sviluppati i formati audio compressi, tra cui il diffusissimo MP3 (di cui ci occuperemo in un articolo successivo). Questi formati si basano su un procedimento simile, ma aggiungono una fase di compressione dei dati, selezionando una parte di informazioni ritenute fondamentali e scartandone altre. Il procedimento è basato su principi psicoacustici, basati cioè sulla nostra percezione del suono, secondo i quali alcune componenti dell’informazione sonora sono irrilevanti per il nostro udito. Queste componenti non verranno eliminate totalmente, ma codificate con una minore precisione rispetto a quelle considerate rilevanti. In questo modo, la compressione MP3 consente di ridurre drasticamente la dimensione dei files: per fare un esempio, 70 minuti di musica possono essere immagazzinati in 70 megabyte anziché 700 (ovviamente dipende dal tipo di codifica: la qualità è inversamente proporzionale alla riduzione delle dimensioni del file).

I formati simili al Mp3 sono detti lossy, perchè causano una perdita di informazioni sonore. Esiste tuttavia un’alternativa per risparmiare spazio su disco mantenendo la stessa qualità dei formati non compressi, e ci viene offerta dalla compressione lossless (letteralmente “senza perdita”). Il procedimento in questo caso è simile a quello utilizzato dalle compressioni ZIP o RAR, ma ottimizzato per l’audio. La dimensione dei files non risulta ridotta in modo drastico come nel caso degli Mp3, ma formati come FLAC o WavPack consentono una riduzione del 50% circa senza alcuna perdita di informazione.

Ecco una tabella riassuntiva con i principali formati:

 


Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi